I paesi nordici sono “potenze umanitarie”

potenze umanitarie

L’IMPEGNO UMANITARIO DEI PAESI NORDICI, "POTENZE UMANITARIE"

Dopo secoli in cui si sono fatti guerra tra di loro, hanno contribuito in modo anche importante al colonialismo e alla tratta degli schiavi neri tra Africa e Americhe, i Paesi Nordici dal XX secolo, sconfitti e impoveriti, hanno iniziato un processo di “redenzione” ancora in corso, puntando molto sull’umanitarismo.


La sua evoluzione, da iniziative individuali a una tradizione istituzionalizzata e riconosciuta a livello globale, riflette sia una continuità di principi che una strategica capacità di adattamento, nonché la tradizionale socialdemocrazia che li contraddistingue anche a livello di società interna.

Dopo la Guerra Fredda, l’umanitarismo nordico ha dovuto confrontarsi con nuove condizioni geopolitiche, mentre i cosiddetti e ambigui “interventi umanitari” in Somalia e Kosovo hanno messo in discussione i principi tradizionali di pace e neutralità. Nel XXI secolo, tra i contesti che minacciano questa tradizione ci sono conflitti protratti, la politicizzazione degli aiuti e l’aumento di eventi climatici estremi. Nonostante le critiche, i Paesi nordici e soprattutto la Svezia continuano a essere considerati leader nell’umanitarismo, sia attraverso le loro politiche nazionali sia grazie all’azione delle organizzazioni della società civile.

Potenze umanitarie:

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L'AUTOPERCEZIONE NORDICA COME "GRANDE POTENZA UMANITARIA"

A differenza di culture che privilegiano l’autocelebrazione e la grandiosità, le società nordiche tendono a prediligere un approccio discreto e orientato ai risultati. A livello internazionale, le nazioni del Nord Europa sono riconosciute come partner umili ed efficienti, capaci di contribuire costruttivamente a soluzioni politiche praticabili. Tuttavia, vi è un’eccezione evidente: l’umanitarismo. In questo ambito, i Paesi nordici non si limitano a partecipare in modo pragmatico, ma rivendicano un ruolo di leadership, definendosi addirittura “grandi potenze”. Ma cosa alimenta questa auto percezione e soprattutto cosa dovrebbe significare “potenza umanitaria”?

Non esiste una definizione universalmente accettata di umanitarismo, ma il soccorso volontario in situazioni di emergenza ne costituisce il nucleo essenziale. Interpretazioni più ampie comprendono anche l’azione governativa, l’assistenza allo sviluppo e la difesa dei diritti umani. Nei Paesi nordici, i governi giocano un ruolo centrale nel sistema umanitario nazionale, coordinando la loro azione con una rete di organizzazioni volontarie e corpi associativi specializzati. Questo modello contrasta con quello di altri Paesi occidentali, dove le iniziative umanitarie sono più spesso guidate dalla società civile.

L'EVOLUZIONE DELL'UMANITARISMO NORDICO NEL XX SECOLO

Figure chiave nella costruzione della reputazione umanitaria nordica sono state la missionaria svedese Alma Johansson (1881-1974), l’infermiera svedese Elsa Brändström (1888-1948) e l’esploratore norvegese Fridtjof Nansen (1861-1930). Durante la Prima Guerra Mondiale, Johansson documentò il genocidio armeno e contribuì alla raccolta di fondi e ai soccorsi per i sopravvissuti. Brändström operò nei campi di prigionia siberiani, mentre Nansen, già noto come esploratore, divenne il primo Alto Commissario per i Rifugiati della Società delle Nazioni, ideando il “Passaporto Nansen” per i rifugiati apolidi.

Parallelamente, lo sviluppo istituzionale di movimenti come la Croce Rossa e Save the Children rafforzò l’identità umanitaria nordica. Svezia, Norvegia e Danimarca assunsero ruoli attivi nei programmi umanitari della Società delle Nazioni, ampliando le loro attività a favore dei rifugiati in Europa.

L'IMPATTO DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE

Durante la Seconda Guerra Mondiale, la neutralità svedese permise al Paese di diventare un centro nevralgico per gli aiuti umanitari, accogliendo rifugiati, tra cui bambini finlandesi e migliaia di ebrei danesi e norvegesi – non senza ipocrisie, visto il governo fortemente vicino a Hitler e il supporto al Terzo Reich tramite la fornitura di ferro e altre risorse.

Il diplomatico Raoul Wallenberg salvò numerosi ebrei a Budapest, mentre Folke Bernadotte organizzò l’operazione dei “Bus Bianchi” per liberare prigionieri dai campi di concentramento. In Danimarca e Norvegia, reti di resistenza clandestina fornirono soccorsi ai perseguitati.

Dopo la guerra, la creazione delle Nazioni Unite fornì un nuovo palcoscenico per l’impegno nordico. Questi Paesi divennero leader nel peacekeeping e nell’assistenza allo sviluppo, con Svezia, Norvegia e Danimarca che superarono costantemente l’obiettivo ONU dello 0,7% del PIL destinato agli aiuti.
IL RUOLO STATALE NELL'UMANITARISMO NORDICO DEL DOPOGUERRA
Nei decenni successivi alla guerra, l’umanitarismo nordico divenne sempre più gestito dallo Stato. Agenzie di sviluppo come SIDA (Svezia, 1965) e NORAD (Norvegia, 1968) istituzionalizzarono l’impegno governativo, mentre le organizzazioni volontarie operarono in gran parte all’interno di quadri finanziati e regolati dallo Stato.

Un’eccezione notevole fu la guerra del Biafra (1967-1970), in cui organizzazioni religiose e la Croce Rossa influenzarono le politiche governative, spingendo i governi nordici a una posizione più favorevole ai secessionisti biafrani. Questo conflitto fu una sorta di spartiacque per la politica umanitaria e il fundraising nella regione nordica.
IL MONDO POST-GUERRA FREDDA
Con la fine della Guerra Fredda, l’umanitarismo nordico si è adattato alle nuove condizioni geopolitiche. Le guerre nei Balcani negli anni ’90 hanno visto un significativo coinvolgimento dei paesi nordici, con “missioni di pace”, aiuti umanitari e sforzi di mediazione diplomatica. Allo stesso tempo, gli “interventi umanitari” in luoghi come la Somalia e il Kosovo hanno messo in discussione i tradizionali principi nordici di pace e neutralità, dato che la forza militare è stata sempre più integrata nelle operazioni umanitarie.

Nel XXI secolo, l’umanitarismo nordico si trova ad affrontare nuove difficoltà e in continua evoluzione. Conflitti prolungati, crescenti pressioni migratorie e la crescente globalizzazione e politicizzazione degli aiuti hanno reso più complesso e forse più radicalizzato l’approccio tradizionale nordico. Inoltre, il cambiamento climatico e il numero crescente di eventi meteorologici estremi hanno reso le crisi ambientali una preoccupazione umanitaria centrale, con i paesi nordici in prima linea nel collegare gli aiuti umanitari agli sforzi di adattamento climatico.
Di fronte a queste difficoltà, i paesi nordici continuano a mantenere la loro reputazione di leader umanitari, sia attraverso politiche nazionali che grazie all’impegno delle organizzazioni della società civile. Tuttavia, lo status autoproclamato di “grandi potenze umanitarie”, come alcuni politici nordici hanno definito i loro paesi, non è privo di critiche. Alcuni sostengono che l’umanitarismo nordico sia principalmente uno strumento per la costruzione dell’identità nazionale e per la proiezione del soft power, più che una reale espressione di altruismo. Altri evidenziano contraddizioni, come politiche d’asilo restrittive che sembrano in contrasto con i valori umanitari dichiarati. Nel frattempo, movimenti politici populisti, soprattutto in Svezia dove vige una crisi economica e sociale importante, chiedono drastici tagli ai bilanci destinati agli aiuti e lo smantellamento delle strette collaborazioni pubblico-privato che sostengono il settore umanitario nordico.

Nonostante ciò, l’umanitarismo rimane un elemento distintivo dell’impegno internazionale dei paesi nordici. La sua evoluzione, da iniziative individuali nel XIX e all’inizio del XX secolo fino a diventare una tradizione istituzionalizzata e riconosciuta a livello globale, riflette sia continuità che adattamento strategico. E sebbene l’eredità dell’umanitarismo nordico sia saldamente consolidata, il suo futuro in un panorama globale in rapido cambiamento è difficile da prevedere.

Articolo in collaborazione con

Robin Mørensson,
founder @ NØGLEN